Prima o poi a chi si vede condannato alla disabilità (o ai suoi
familiari) si pone lesigenza di tentare altre strade, sentire altri
pareri, obbedire alla umana necessità di esser sicuri di aver tentato
tutto il possibile.
E anche questo un diritto che va garantito e tutelato, ma anche non
sprecato, e volentieri mettiamo online la lettera che il Dr. Renato
Avesani* ha voluto indirizzare agli utenti ospitati nel reparto da lui
diretto e ai loro familiari.
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Quando una persona, colpita da grave menomazione, si avvia verso una
cronicizzazione della disabilità, sorgono, nella persona stessa o nei
familiari, tanti dubbi: si sarà fatto tutto il possibile? Erano giusti
i trattamenti effettuati? È giusto arrendersi? Perché non dovremmo
tentare ancora e, soprattutto, altrove?
Ognuno di questi interrogativi è legittimo in quanto nasce dalla
sofferenza e dalla frustrazione di aver viste disattese le speranze di
una guarigione o di un recupero soddisfacente.
Aggiungerei di più: pensieri di questo tipo sono assolutamente
inevitabili, previsti nel faticoso iter di un lutto per la perdita
dellautonomia della persona cara.
Risulta difficile rispondere o contrapporsi a queste aspirazioni che
sono indirizzate al benessere delle persone. La difficoltà nasce dal
fatto che si raffrontano due modi (oserei dire due mondi) di pensare :
quello della speranza e quello delloggettività.
Credo tuttavia necessario porre allattenzione dei pazienti o dei loro familiari alcune considerazioni.
- La riabilitazione ha, tra i suoi compiti, quello di accompagnare la
persona disabile e la sua famiglia in un doloroso percorso di
accettazione dei limiti imposti dalla malattia e, contemporaneamente,
valorizzare le potenzialità ancora presenti.
- Purtroppo, ad oggi, la riabilitazione non dispone di tecnologie
risolutive, né di percorsi strutturati adatti per tutte le situazioni.
Il percorso di recupero avviene, solitamente, stimolando il cervello,
attraverso esercizi fisici e mentali, a ricercare nuove soluzioni. E
quindi lindividuo il protagonista del recupero. Ogni macchinario,
anche tecnologicamente avanzato, rappresenta un puro esercizio
passivo e, ad oggi , non esiste alcuna prova scientifica della sua
reale utilità. Un ausilio quindi, ma non la soluzione dei problemi.
- Talvolta i danni cerebrali (o midollari) sono così importanti che
la ristrutturazione delle aree lesionate non puo procedere oltre
certi limiti. In questi casi la persona non può avere a disposizione
quelle risorse neurologiche che sole possono garantire il
funzionamento del corpo. Solitamente, nel caso di gravi danni
neurologici, già dopo pochi mesi (non anni) si riesce a capire quale
potrà essere il livello di disabilità e gli interventi terapeutici ed
assistenziali che ne devono conseguire.
- Gli interventi riabilitativi (motori, cognitivi o di altro tipo)
sono sempre commisurati alla gravità della situazione ed allo stato di
salute del paziente. Dopo un grave danno neurologico un paziente può
presentare molte e tali complicazioni da rendere sconsigliabile un
intervento riabilitativo consistente. La riabilitazione e quella
motoria in particolare, ha da essere commisurata con le reali
potenzialità di recupero e capacità della persona.
- Negli ultimi anni (a partire dai primi anni 80) la riabilitazione
italiana ha fatto passi da gigante recuperando terreno rispetto agli
altri paesi europei e non. Ora la riabilitazione italiana, con i suoi
vari reparti e servizi è in grado di competere per conoscenze e
tecniche con tutti i paesi europei. Anche il divario esistente sul
piano organizzativo è ampiamente colmato. Certo, maggiori risorse
potrebbero consentire di migliorare ulteriormente il livello
organizzativo. Su questo dovrebbero puntare le associazioni degli
utenti.
- Uno degli aspetti che caratterizzano il sistema sanitario italiano
è quello di porre attenzione alla cura ma, al tempo stesso a,
allintegrazione sociale. In questo senso credo che, la struttura
riabilitativa dellOpera Don Calabria (assieme ad altri centri in altre
parti dItalia), abbia fatto scuola suggerendo una integrazione precoce
tra i bisogni sanitari e di reinserimento e consentendo una gestione
della disabilità, anche grave, per tempi prolungati. Questo significa,
per noi tutti, non un arrendersi di fronte alla disabilità, ma
piuttosto accompagnare la persona e la famiglia in un percorso di
accettazione e parallelamente di sostegno. Tale aspetto è, allopposto,
piuttosto carente in molti paesi europei dove la riabilitazione è
ancora concepita come un intervento ospedaliero, finito il quale non
esiste sostegno per le persone. La fase della cronicità ha bisogno di
sostegno prolungato, competente ma al tempo stesso di un inserimento in
contesti il piu possibile normali.
- Alla affermazione che , di fronte ad una grave situazione, i soldi
non contano nulla si può certamente rispondere che effettivamente è
così. Ma è giusto chiedersi se gli stessi denari non potrebbero essere
spesi diversamente. Soprattutto quando vi sia la pretesa che, i
cosiddetti viaggi della speranza, vengano pagati con i soldi pubblici.
Ripeto, non esiste nulla che i centri esteri possano fare di diverso
rispetto ai centri italiani quando la disabilità è grave. I risultati
messi a confronto non danno certo perdenti i centri italiani. Se poi si
osservano i singoli casi
di cosiddetti miracoli ne sono avvenuti
tanti sia a Negrar, che a Vicenza, Ferrara, Roma, etc etc.
- Recenti documenti, che rappresentano linee guida e di indirizzo per
la sanità italiana hanno ribadito che, nella fase della cronicità non
è opportuno incentivare ripetuti ricoveri in strutture diverse quando
siano chiariti i limiti del recupero né tantomeno approvare ricoveri in
strutture allestero (Documento Ministeriale sugli Stati Vegetativi e
a Minima Responsività).
- Vorrei ricordare anche come vi siano esempi di persone illustri
(personaggi politici viventi e non, attori, premier di stati esteri,
giornalisti, etc.) che, colpiti da un grave danno cerebrale o da un
trauma midollare non sono riusciti a recuperare alcunché nonostante
per loro sia stato fatto tutto il possibile e nonostante potessero
disporre di risorse, mezzi e conoscenze impensabili per luomo della
strada. Almeno in questo la disabilità ci pone tutti sullo stesso
livello.
Mi auguro che queste considerazioni non aumentino lo stato di ansia
e di preoccupazione di quanti prendono contatto con questa realtà
riabilitativa. Credo che tutto il Dipartimento di riabilitazione di
Negrar e Verona-Via San Marco si stia impegnando da molto tempo nel far
fronte a situazioni di grave disagio con una attenzione forte anche nei
confronti dei legittimi dubbi dei pazienti/familiari. Penso anche che
il reciproco rispetto imponesse le riflessioni sopra esposte anche a
conforto di quanti, quotidianamente, si prodigano per alleviare lo
stato di sofferenza che accompagna la disabilità.
Agosto 2009
Dr. Renato Avesani*
* Il Dr. Avesani è Primario del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitazione dellOspedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Vr).
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Nel condividere quanto espresso possiamo
aggiungere, come associazione, che ormai in tutta lEuropa i reparti
operano sulla base di protocolli diffusi e condivisi, quindi i criteri
di diagnosi e le procedure riabilitative sono sostanzialmente gli stessi
ovunque. Proprio per questo può accadere che alcuni miracoli avvenuti
in un posto non siano altro che la logica conseguenza delle cure
prestate in quello precedente.
Per quanto riguarda invece linsufficienza delle risorse destinate alla
disabilità, il Dr. Avesani è nel giusto quando afferma il ruolo di
stimolo che tocca alle associazioni, ma sa benissimo che ormai da parte
delle istituzioni pubbliche sta venendo a mancare perfino la
disponibilità allascolto, con una manifestazione di indifferenza
finora mai registrata.
Naturalmente, ciò non basta per farci arrendere, ma la situazione è obiettivamente difficile.
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